«Era una di quelle domeniche di mezza estate in cui tutti se ne stanno seduti e continuano a ripetere: “Ho bevuto troppo ieri sera”».
Nel racconto Il nuotatore di John Cheever, Neddy Merrill decide, in una domenica d’estate, di tornare a casa attraversando a nuoto tutte le piscine del suo quartiere. L’idea nasce quasi come un gioco: un’impresa eccentrica, un gesto di vitalità, qualcosa che sembra perfettamente coerente con l’immagine che Neddy ha di sé. È un uomo atletico, affascinante, inserito in un mondo fatto di belle case, giardini, piscine, amicizie e drink. L’estate sembra non avere fine.
Eppure, vasca dopo vasca, qualcosa comincia a incrinarsi.
Il tempo cambia. Le persone che incontra reagiscono in modo sempre più strano alla sua presenza. Alcuni sembrano imbarazzati, altri freddi, altri ancora sembrano sapere qualcosa che lui non riesce a comprendere. Anche il suo corpo, inizialmente forte e sicuro, comincia a mostrare la fatica. L’estate che sembrava eterna si trasforma improvvisamente in autunno. E ciò che era iniziato come un gioco si rivela lentamente come un viaggio dentro una realtà che Neddy non riesce, o non vuole, riconoscere. Fino al punto in cui arriva finalmente a casa sua e vede una casa vuota ed abbandonata da molto tempo.
È proprio in questa progressiva trasformazione che l’alcol assume un significato particolare.
Fin dalle prime pagine il gin è parte naturale del paesaggio. I bicchieri passano di mano in mano, i drink accompagnano le conversazioni, il bere appartiene alla convivialità e alla cultura sociale di quel mondo. L’alcol non viene presentato come un problema. Nessuno sembra interrogarsi sul suo significato. È semplicemente lì, come il sole, l’acqua delle piscine, le case eleganti.
Ma quale funzione svolge l’alcol nell’ esperienza di Neddy? Che cosa gli permette di fare? Che cosa gli consente di non sentire?
L’alcol inizialmente gli rimanda un’immagine di sé stabile. Neddy può continuare a sentirsi l’uomo brillante, giovane, desiderato e socialmente riconosciuto che crede di essere. Il drink mantiene leggero il tono della conversazione, protegge dalle discrepanze emotive, rende possibile passare da una piscina all’altra senza fermarsi troppo a lungo davanti a ciò che accade.
Ma, progressivamente, cambia il senso del bere.
Il gin non serve più a mantenere una percezione di sé efficiente e stabile. Diventa una forma di anestesia.
Non espande l’esperienza: la attenua.
Permette a Neddy di continuare a nuotare, mentre intorno a lui la realtà diventa sempre più difficile da riconoscere. Un commento, uno sguardo, una reazione inattesa potrebbero aprire una crepa nella sua costruzione del mondo. Ma quella crepa non viene attraversata. Viene superata. Neddy prende un altro drink, riparte, continua a nuotare.
È come se il movimento stesso gli permettesse di non fermarsi davanti a ciò che sta accadendo.
C’è, in questo senso, un paradosso centrale nel racconto. Neddy è continuamente immerso nell’acqua, ma sembra incapace di immergersi davvero nella propria esperienza. Nuota sopra qualcosa che non vuole sentire. Galleggia.
E l’alcol amplifica proprio questa condizione: consente di rimanere in superficie.
Vasca dopo vasca, tuttavia, la superficie non è più sufficiente. Il corpo si stanca. L’acqua diventa fredda. Le persone non rispondono più secondo il copione abituale. Le stagioni sembrano cambiare in poche ore. La distanza tra ciò che Neddy crede di vivere e ciò che realmente sta vivendo diventa sempre più evidente.
Neddy possiede una narrazione di sé che gli ha permesso di sentirsi al sicuro: una certa immagine sociale, familiare, economica e affettiva. Ma quella narrazione non riesce più a organizzare ciò che incontra. I segnali che arrivano dall’esterno diventano troppo numerosi e troppo contraddittori. La realtà non può più essere ricondotta alla storia che Neddy racconta a se stesso.
E allora il viaggio continua.
È forse questo l’aspetto più doloroso del racconto: Neddy non si ferma quando comincia a intuire che qualcosa non va. Continua a nuotare.
Il movimento diventa una forma di fuga.
Anche nella vita quotidiana può accadere qualcosa di simile. Non sempre le strategie con cui cerchiamo di stare meglio sono immediatamente riconoscibili come problematiche. Alcune, anzi, all’inizio possono funzionare molto bene. Ci aiutano a lavorare, a socializzare, a mantenere un ruolo, a non cedere davanti agli altri.
Il problema nasce quando una strategia che inizialmente regolava l’esperienza diventa l’unico modo possibile per non sentirla.
È allora che possiamo incontrare anche l’uso dell’alcol: non necessariamente come dipendenza evidente, ma come modalità silenziosa di regolazione emotiva. Si beve per rilassarsi, per dormire, per sentirsi più sicuri, per stare con gli altri, per non pensare, per rendere più tollerabile una serata, un senso di solitudine, una delusione. Il gesto può sembrare piccolo, perfino innocuo. Ma la domanda è un’altra:
Che cosa diventa possibile sentire quando bevo? E che cosa diventa possibile non sentire?
L’alcol, in questo senso, non crea necessariamente la frattura. Può piuttosto consentire di attenuarne il riconoscimento.
Ed è proprio questo che accade a Neddy.
Il suo naufragio non avviene nell’acqua. Avviene quando non riesce più a mantenere in piedi la narrazione attraverso cui ha abitato la propria vita.
Quando Neddy arriva finalmente davanti alla propria casa, non trova ciò che si aspettava. La casa è buia, vuota, chiusa. Quella che doveva essere la meta del suo viaggio diventa la prova definitiva che qualcosa è accaduto e che lui non è stato in grado di riconoscerlo mentre accadeva.
La perdita non è arrivata all’improvviso.
Era già presente.
Era nelle reazioni degli altri, nei cambiamenti del tempo, nella fatica del corpo, nei bicchieri che accompagnavano ogni tappa, nei segnali che Neddy continuava a oltrepassare.
Forse è questo che rende Il nuotatore un racconto ancora così attuale: non parla soltanto dell’alcol, ma del bisogno umano di mantenere una narrazione di sé stabile e coerente anche quando la realtà comincia a cambiare.
A volte continuiamo a nuotare perché fermarci significherebbe sentire.
Sentire che qualcosa è finito.
Che abbiamo perso una persona.
>Che non siamo più quelli di prima.
>Che un’immagine di noi non ci appartiene più.
>Che la vita che avevamo immaginato non coincide con quella che stiamo vivendo.
E allora cerchiamo qualcosa che ci permetta di restare a galla.
Continuiamo a lavorare, a uscire, a bere, a incontrare persone. Continuiamo a raccontarci la stessa storia su di noi, anche quando alcuni dettagli hanno già cominciato a non tornare. Perché l’esperienza emotiva che non riusciamo a sentire non scompare. Può essere anestetizzata, spostata, rimandata. Ma continua a cercare un modo per essere riconosciuta. E forse, alla fine, il gesto più difficile non è attraversare tutte le piscine. È uscire dall’acqua. È restare lì, sulla soglia, abbastanza a lungo da poterla finalmente sentire.
Dr.ssa Paola Uriati















