UNA BELLA BIONDA

Hazel Morse non aveva mai sentito il bisogno di bere. Ma da quando il terrore della solitudine iniziò ad insinuarsi dentro di lei, cominciò a bere da sola.

‘Una bella bionda’ (Dorothy Parker)

 

Hazel era una donna bella e formosa. All’età di vent’anni aveva perso la madre ed iniziato a lavorare nel mondo della moda come indossatrice. Il lavoro le lasciava parecchio tempo libero, tempo che occupava incontrando  uomini. Le serate  erano sempre molto divertenti. Hazel rideva delle loro battute, e si sentiva apprezzata. Riscuoteva un gran successo tra gli uomini, e questa popolarità la faceva star bene, non considerava l’idea di impegnare il suo tempo in un modo diverso. Era felice.

Alle soglie dei trent’anni conobbe Herbie Morse, l’uomo che, dopo sei settimane sposò.

Herbie era un uomo simpatico e vivace. Gli piaceva bere.  E Hazel trovava divertente questa sua abitudine. Era felice di essersi sposata, le piaceva il ruolo di moglie perfetta, anche se con il tempo prese sempre più consapevolezza   di quanto questo la stancasse. E un giorno iniziò a lamentare piccoli dolori  fisici. Ed insieme alle lamentele comparvero le lacrime, che spesso non riusciva a trattenere. Anzi, dopo il primo anno di matrimonio il pianto divenne più frequente.

Aveva trascorso tanti anni ridendo, ed ora invece si ritrovava suo malgrado a piangere. A volte piangeva per i dolori del mondo che diventavano i suoi. Si commuoveva quando leggeva sui giornali di bambini maltrattati, di mogli abbandonate, di gatti randagi.

Allo stesso tempo iniziò a chiudersi sempre di più. Le piaceva tanto trascorrere le serate in casa assieme al marito. I vecchi amici lentamente scomparvero. Ma il marito,  con il passare del tempo, iniziò a mal tollerare le malinconie di Hazel. Anzi, se prima la coccolava, ora reagiva criticandola di non saper far altro che lagnarsi. Così prese ad uscire di casa la sera,  sempre più spesso, tornando completamente ubriaco.

Iniziarono ad allontanarsi.  E le  lunghe ed improvvise assenze di Herbie  rendevano la donna sempre più angosciata. Lui si sentiva in gabbia in quella casa, mentre lei ancora sperava di trascorrere serate serene e tranquille assieme al marito. La paura di perderlo la portarono a farsi trovare  vestita e truccata, ogni sera, e così uscivano per locali e cabaret.

Ma qualcosa era cambiato: Hazel non riusciva più a ridere delle bizzarrie del marito, era occupata ad osservarlo bere ed ubriacarsi,  a contare i suoi bicchierini.

Hazel non riusciva a ricordare il giorno in cui aveva iniziato a bere. Detestava i liquori, ma scoprì lo scotch. Iniziò con l’approvazione del marito.  Ma, anziché avvicinarli, l’alcol aumentò le distanze. Quando bevevano insieme, passata l’allegria iniziale, un nonnulla diventava motivo di discussione.

E così i rapporti diventarono  sempre più tesi. Herbie minacciava di lasciarla e di non tornare mai più.

Il progetto di Hazel di una vita matrimoniale felice cominciò a naufragare. La solitudine prese così il sopravvento. Ed iniziò a bere da sola. L’alcol la faceva sentire avvolta nella nebbia, come anestetizzata.

Un giorno una nuova vicina di casa si trasferì nel suo pianerottolo. In breve divenne un punto di riferimento per Hazel durante le assenze del marito. Mrs Martin era una donna sulla quarantina a cui piaceva bere e giocare. Spesso la sera si riuniva con un po’ di amici  per giocare a poker.  Hazel iniziò a partecipare, ormai aveva preso a bere quotidianamente, e  tornò a sentirsi la donna allegra e vivace di un tempo. Gli amici di Mrs Martin l’apprezzavano e la trovavano divertente. Tra questi c’era un certo Ed , un uomo sposato, che tornava in città una volta a settimana.  In breve divenne il suo amante.

Una mattina qualunque Herbie la lasciò. Aveva trovato un nuovo lavoro a Detroit.

A causa di alcune discussioni tra Hazel e Mrs Martin, Ed la convinse a trasferirsi in un nuovo appartamento vicino alla stazione: per lui sarebbe stato più comodo durante le sue trasferte. Trovarono una nuova casa e lui la manteneva. Ma questo non migliorò il suo problema con l’alcol, che ormai era quotidiano.

Fu in quel periodo che iniziarono a frequentare insieme un locale chiamato Jimmy’s: un club di uomini e donne. Quindi Hazel prese l’abitudine di andarci da sola, quando non aveva altri impegni. Anche lì si trovava in mezzo a uomini affascinati dalla sua allegria, che prese a frequentare anche fuori dal club.

Dopo qualche tempo anche con Ed iniziarono i problemi.

Dopo Ed conobbe Charley, Sydney, e poi Billy, Art. Nel caos di serate trascorse soprattutto in compagnia dell’alcol  non ricordava più come quegli uomini fossero entrati ed usciti dalla sua vita. Iniziò a sentirsi sempre più confusa e disorientata, soprattutto sempre più depressa. Quando era al club le capitava di ridere e di piangere, sentendo i commenti in lontananza sul suo malumore.

Il whisky per un po’ la calmava, ma poi il dolore e la sofferenza riacutizzavano vecchie ferite. Iniziò a pensare che  se fosse morta avrebbe risolto le sue pene.

Una sera, rientrando a casa, prese alcune pasticche che si era procurata e si addormentò. Solo la sua cameriera, la mattina seguente,  riuscì a salvarla chiamando soccorso. Dopo un paio di giorni Hazel si riprese. E la cameriera pensando di fare un gesto gradito le consegnò una cartolina di Art che diceva: ” Saluti e baci. Spero che ti siano passate le paturnie. Tirati su e non prendere lucciole per lanterne. Ci vediamo giovedì”.

Hazel fu invasa dalla malinconia, e le tornarono in mente le sere trascorse al club a far finta di essere felice per gli altri. Contemporaneamente apparvero immagini di gente sofferente ed abbandonata. “il cuore le sembrava scoppiare e farsi di ghiaccio”. Pensò: “Forse il whisky le sarebbe stato nuovamente amico”, ed avrebbe continuato a consolarla dai suoi dolori. A quel punto chiese alla cameriera un bicchiere di whisky.

Durante gli anni delle sfilate di moda, Hazel si accorgeva di piacere agli uomini per la sua allegria e la sua vivacità. Le piaceva sentirsi popolare in quel mondo di uomini generosi, superficiali e spesso alcolizzati. E quella popolarità la coinvolgeva, riempiendo i suoi vuoti.

Le sue inclinazioni non sostenevano un modo diverso di dare significato alla sua esistenza. Si illudeva, con la sua  interiorità fragile ed insicura, di trovare significati e conferme  all’interno di locali notturni, dove incontrava uomini che le erano accanto solo quando mostrava di divertirsi. Fino a quando incontrerà Herbie, che a breve sarebbe diventato suo marito.

Nel ruolo di moglie perfetta Hazel  percepisce il peso delle responsabilità e della vita. Per lei il matrimonio rappresenta un progetto di vita che le permette di   definirsi in un ruolo che le piace,  un ruolo in cui pensa di esprimersi più liberamente. Ma la realtà si rivela ben diversa dalle sue aspettative.

 Quindi inizia a deludersi, a sentire il peso del non sentirsi realizzata, e iniziano le lacrime. Quando queste diventano più frequenti,  appesantiscono il rapporto col marito, creano una distanza sempre più profonda.

Ed è a quel punto che Hazel scopre il potere degli alcolici. Il whisky diventa l’unico modo per sentirsi accettata,  la fa sorridere quando vorrebbe piangere.

La sofferenza apparentemente svanisce. La solitudine diventa più accettabile, ma non scompare, rimane solo coperta da una coltre di ebbrezza.

Iniziato come uso sociale e conviviale,  l’alcol si trasformerà inesorabilmente  in una dipendenza, dalla quale non riuscirà più a risollevarsi.

A volte  l’alcol si insinua tra le maglie della solitudine, e di frequente dilaga quando perdiamo o ci allontaniamo da punti di riferimento significativi. I suoi effetti,  a lungo andare penetrano nell’interiorità, anestetizzano emozioni discrepanti e dolorose, rispondono ad una mancanza.

L’alcol colma dei vuoti che non trovano altri contesti di riconoscimento e riempie, con la forza dell’abitudine e della gratificazione immediata, un’esistenza in cerca di nuovi significati.

Tutto ciò avviene in maniera progressiva, giorno dopo giorno e, quando ci si accorge   di non essere più liberi  di gestirla, si trasforma in comportamenti di dipendenza.

La dipendenza dall’alcol corrode lentamente ma inesorabilmente  la libertà individuale, impoverendo ogni forma di consapevolezza personale e di possibilità di cambiamento.

Posizionarsi  sulla sostanza d’abuso significa  ridurre ogni possibilità di comprensione di sè e dell’altro. Tuttavia  la sofferenza, alimentando dolorosamente i nostri sensi di solitudine, può generare  anche spiragli  di apertura e di consapevolezza personali che andrebbero ascoltati.

Spiragli di coraggio che possono, quando aiutati e riconosciuti, illuminare un tunnel dal quale si pensava di non riuscire  più ad uscire.

 

Dott.ssa Paola Uriati

 

 

 

  

 

 

 

 

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